(AGI) – Roma, 29 mag. – Il differenziale retributivo settimanale dei lavoratori stranieri rispetto ai nati in Italia e’ in media superiore al 22%. Lo rileva la Banca d’Italia nella Relazione annuale. Circa meta’ del divario, spiegano a Palazzo Koch, e’ riconducibile alla concentrazione in settori con livelli retributivi inferiori alla media (costruzioni, alberghi e ristorazione) e a un inquadramento generalmente piu’ basso. La parte rimanente rifletterebbe, oltre che livelli diversi di istruzione, anche la scarsa trasferibilita’, almeno in una fase iniziale, del capitale umano accumulato prima dell’ingresso in Italia. Vi concorrerebbe anche la maggiore probabilita’ per i lavoratori stranieri di essere occupati in imprese mediamente meno produttive.
Il divario retributivo assieme con la minore detenzione di ricchezza reale e finanziaria (solo l’1% per cento di quella complessiva delle famiglie residenti in Italia), si riflettono sul livello del reddito familiare degli stranieri. “I dati dell’Indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia mostrano che, nella media del periodo 2002-06, il reddito disponibile equivalente delle famiglie con a capo un individuo nato all’estero di eta’ compresa tra i 25 e i 54 anni (circa il 5% del totale delle famiglie) era inferiore di circa un terzo a quello delle famiglie dei nati in Italia. Nello stesso periodo, circa i tre quarti delle famiglie straniere aveva un reddito disponibile equivalente inferiore a quello mediano (pari a circa 16.000 euro); per oltre un quarto il reddito era anche inferiore alla meta’ di quello mediano, un valore convenzionale per la soglia di poverta’”.
Anche per quanto riguarda la finanza pubblica, “i divari di reddito e di spesa tra italiani e stranieri e la differente struttura demografica delle rispettive popolazioni si riflettono sull’entita’ e sulla composizione dei flussi economici nei confronti delle finanze pubbliche. Si puo’ stimare che nel 2006 gli stranieri, che rappresentavano circa il 5% della popolazione residente, contribuivano per circa il 4% alle entrate derivanti dall’imposta personale sul reddito, dall’IVA e dalle accise, dai contributi sociali e dall’IRAP sul settore privato (complessivamente, oltre il 70% del totale delle entrate) e assorbivano circa il 2,5 per cento della spesa per istruzione, prestazioni pensionistiche, sanitarie e a sostegno del reddito (complessivamente pari a circa il 60% della spesa primaria)”. (AGI)
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